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Le cose importanti

Fonte Pietro Scibetta - www.basketground.it
La storia che un allenatore di Serie A non può andare ad allenare in tutta sicurezza in un campo di Serie A è incredibile quanto il silenzio con la quale è stata accolta. Se far finta di niente è uno sport nazionale, allora scegliamo di giocare a qualcos’altro. Se questo è il basket italiano, non solo non funziona, ma non esiste.

Giovedì 26 febbraio, ore 16.04. Arriva il seguente comunicato: “Virtus Pallacanestro Bologna preso atto che alla vigilia dell’incontro Air Avellino La Fortezza si sta diffondendo un clima ostile nei confronti del coach Matteo Boniciolli ha deciso di rinunciare alla presenza dell’allenatore. E’ una decisione dettata dalla volontà di preservare lo spirito di festa che dovrebbe accompagnare ogni sfida sportiva”.

Fermi tutti: ci aspettiamo una valanga di dichiarazioni, giudizi, prese di posizione nell’uno o nell’altro senso. Abbiamo appena saputo dalla società di appartenenza che, per motivi di sicurezza, un allenatore non può andare ad Avellino per dirigere la sua squadra per una partita di pallacanestro.

Rewind: stagione 2007-08, Matteo Boniciolli per la seconda stagione consecutiva allena la Air Avellino, vince la Coppa Italia, si qualifica per l’Eurolega e rinnova il contratto, adeguandolo. Poi però ci ripensa, cosa che può anche starci per i motivi personali che lui stesso adduce, e di comune accordo società e allenatore si separano, con tanto di pianto inconsolabile del presidente Vincenzo Ercolino in conferenza stampa.

Fino a qui, tutto bene: ad Avellino torna Zare Markovski, Boniciolli rifiuta delle offerte arrivate dall’estero e nell’attesa di una chiamata importante si dedica al progetto basket della sua città, Trieste. Sempre tutto bene.

Poi, guarda caso contro Avellino, la Virtus La Fortezza Bologna perde la sua seconda gara consecutiva in campionato e decide di esonerare Renato Pasquali, chiamando al timone proprio Boniciolli. Che, in un contesto di conferenza stampa, dice delle frasi che in Irpinia non gradiscono (“Ci allenavamo in una caverna”, riferendosi al freddo – reale – del Pala del Mauro, oppure “Si vive una volta sola e voglio stare con i miei figli, là era complesso, senza offesa per nessuno”, poco elegante tutto sommato, al di là delle opinioni personali su questo e su quello).

Ad Avellino la prendono male, e si offendono a tal punto da andare alla procura federale cercando (vanamente, come ovvio) di far valere quel contratto rinnovato che in precedenza (e in amicizia) era stato stabilito di strappare. Schermaglie, gesti di eleganza discutibile e francamente inopportuni. Ad Avellino, probabilmente, da quelle dichiarazioni in poi, non aspettavano che il ritorno di Boniciolli per poterlo contestare (che non significa avere il diritto di insultare una persona), a due giorni dalla partita la Virtus pensa ci sia un pericolo oggettivo per la sua incolumità e decide di lasciarlo a casa (“Sabatini mi ha convinto che è bene che io rimanga a casa”, dirà il coach alla Gazzetta).

Bene, e quindi sarà venuto giù il mondo, immaginate voi. Immaginate male, perché nessuno ha detto niente. Addì, 26 febbraio 2009, in Italia, una società di Serie A dice che non presenterà il proprio allenatore in panchina in una partita che – tra l’altro – sarà trasmessa da Sky. Una partita che arriva sei giorni dopo una Final Eight di Coppa Italia in cui entrambe le formazioni erano coinvolte (con tifosi avellinesi al seguito), e in cui avrebbero potuto scontrarsi in semifinale. A quattro mesi (contando i playoff) dalla fine di un campionato che (non ce ne voglia il Signore, a questo punto) potrebbe metterle di fronte nella post-season.

Di fronte a questa notizia, nessuno ha ritenuto di dover prendere una posizione: né la Federazione (che era intervenuta, ad esempio, dopo le notizie circolate su un’aggressione alla squadra da parte dei tifosi), né della Lega, che sebbene interpellata non ha ritenuto di dover commentare l’accaduto (lo ha fatto solo il giorno dopo, ndr), né gli allenatori, o i giocatori (che loro si, comunque andrebbero in campo, e pure loro si erano espressi nel post-Caserta), nessuno.

Ora la questione va al di là di Boniciolli, della famiglia Ercolino, di Claudio Sabatini, di noi che scriviamo. La questione è: il basket italiano è un mondo che può permettersi una cosa del genere in questa maniera? Se passa il concetto che una società affiliata alla Lega basket non manda il suo allenatore a casa di un’altra società affiliata alla Lega basket perché teme per l’incolumità del soggetto di cui sopra, due sono le cose: o quella società è inadeguata per strutture e sicurezza (e allora perché sta in Serie A?), oppure si stanno esasperando i toni in maniera eccessiva. In un caso o nell’altro bisogna prendere dei provvedimenti e, in ogni caso, si rischia di creare un assurdo precedente. E quale senso abbia un “movimento” (perdonate) che non può garantire a un allenatore di stare in panchina, a prescindere dalla “ragione” e dal “torto” (perdonate di nuovo), sinceramente a questo punto viene da chiederselo.

Dopo un comunicato come quello della Virtus, avremmo voluto leggere delle dichiarazioni da parte delle massime istituzioni del nostro sport a tutela dell’una e dell’altra società, ma soprattutto un deciso intervento per smorzare i toni della polemica ed assicurare a tutti il normale svolgimento di Air Avellino - La Fortezza Bologna, magari con il presidente della Lega, Valentino Renzi, seduto in mezzo tra il presidente/proprietario Vincenzo Ercolino e il proprietario Claudio Sabatini, a farsi da garante per allenatori, giocatori, dirigenti ma anche spettatori, telespettatori, giornalisti, sponsor, baristi del palazzetto, bigliettai, addetti alle statistiche, e tutti quanti hanno a che fare con il basket in Italia. Se questa garanzia viene a mancare da parte di chi dovrebbe darcela, saltano i parametri. Se Matteo Boniciolli ha subìto delle minacce deve denunciarle ed essere sostenuto, così come la società avellinese deve fare tutto il possibile per garantire il massimo della serenità.

Altrimenti non ha più senso niente di tutto questo. Ma far passare l’idea che la cosa non riguardi la Lega (intesa come l’associazione tra le squadre professionistiche…tutte e sedici) e che sia una questione da dirimere tra le società, ci fa pensare che allora non ci sia un bene comune da difendere, un qualcosa di più importante delle ragioni di una parte in causa, quando è in gioco la credibilità stessa di tutto il basket italiano, quello che i giocatori giocano, gli allenatori allenano, i tifosi tifano, i giornalisti raccontano, gli spettatori osservano (e le aziende finanziano). E se non c’è, di cosa stiamo parlando?