La Hall of Fame italiana
Con la cerimonia di premiazione avvenuta a Bologna, la Hall of Fame Italiana ha innalzato notevolmente il suo tono. Senza nulla togliere agli altri premiati, bisogna tuttavia dire che le presenze di Aldo Vitale e Ettore Messina hanno convogliato al tavolo delle autorità l’intera nomenclatura della FIBA. In un certo senso l’iniziativa, nata da un’idea di Cino Marchese e portata avanti con passione da Alessandro Blasetti, grazie alla presenza benedicente di Baumann, Stankovic, Kotleba e Zanolin, ha ricevuto una legittimazione europea alla celebrazione della storia del basket italiano. Aggiungerei anche due efficacissimi catalizzatori, il neo presidente Meneghin che, con soddisfazione di tutti, ha dimostrato come l’assunzione della massima carica federale non abbia minimamente appannato la sua verve, mentre Dan Peterson, come anfitrione, è stato sapiente nel dare spazio alle lacrime di commozione di taluni, ma anche a un simpatico clima da rimpatriata del grande basket che fu. Ma che potrebbe anche ritornare vista la qualità del gioco messo in campo dalle due finaliste di Coppa Italia, se ancora una volta il basket, come Penelope, non distruggerà la tela che stava tessendo.Credo che tutti siano d’accordo su un punto: il livello del campionato di quest’anno è notevolmente superiore a quello dello scorso anno. La qualità degli stranieri è migliorata e la qualità del gioco anche. Questo perché le finestre di mercato hanno dato ordine e stabilità al lavoro degli allenatori. Nella scorsa stagione la possibilità di cambiare organici scriteriatamente nel corso del campionato, aveva portato due effetti devastanti: il primo era che all’inizio della stagione molte squadre prendevano giocatori qualsiasi, nell’ottica di un facile cambiamento.
Il secondo era che i cambiamenti erano diventati continui e ossessivi e minavano il lavoro già difficilissimo i degli allenatori che oggi sono chiamati a dare risultati subito con organici in continua trasformazione da una stagione all’altra e nel corso della stessa stagione.
Risultato: stranieri mediocri e gioco spezzettato con qualità dello spettacolo davvero scadente per molte squadre.
La semplice regola di incanalare i cambiamenti entro spazi di tempo preordinati ha ottenuto gli effetti desiderati: chi presiedeva alla formazione della squadra non si è gettato in avventure alla cieca, sapendo di non poter cambiare come prima, ma ha fatto scelte più ragionate. Di conseguenza gli allenatori hanno avuto un tempo minimo congruo per allestire il gioco di squadra.
Amo fare l’esempio con i direttori di orchestra: ma che tipo di musica può fare un direttore che vede cambiare continuamente i suoi orchestrali?
Il miglioramento evidente della qualità del gioco della serie A, ottimamente rappresentato nelle Final 8, è la dimostrazione della necessità delle regole. Alle quali naturalmente qualcuno ha già deciso di mettere mano, nella migliore delle tradizioni del basket, quella di non riuscire a imparare dai propri errori, ma neppure dalle buone idee che funzionano.
Meneghin, Renzi, Bonamico è gente nuova ma di grande esperienza nel basket. Non dovrebbe far loro difetto, oltre alla competenza, un po’ di sano buon senso.








